In base all’articolo 2113 del codice civile “le rinunce e le transazioni, che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti i rapporti di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, non sono valide.” Il terzo comma di tale articolo dispone inoltre, che tali rinunce e transazioni sono valide solamente se sono state formalizzate nei termini previsti dall’art. 410 c.p.c., ossia dinanzi al giudice del lavoro, oppure, in via alternativa, alla direzione territoriale del lavoro.

La norma, si pone come limite alla facoltà di disposizione dei diritti del lavoratore ed ha il fine di offrirgli uno strumento, ossia la facoltà di impugnare degli atti di disposizione che possono essere stati determinati da una situazione di squilibro, nel rapporto contrattuale.

Da una prima analisi di tale articolo, si può evidenziare che il testo normativo fa riferimento al “prestatore di lavoro” e questo, di fatto, non limita l’applicabilità di tale disciplina ai soli rapporti di lavoro subordinato, bensì viene fatto un rimando diretto all’invalidità delle rinunzie e transazioni, relative a tutti i rapporti previsti dall’art. 409 c.p.c.

L’art. 409 individua le controversie che devono essere decise secondo il rito del lavoro e, nello specifico, il punto 3) dispone che anche le controversie relative a rapporti di lavoro autonomo, quali quelli di rappresentanza e agenzia, sono soggette alla competenza del giudice del lavoro, se la prestazione lavorativa è caratterizzata dalla continuità, dalla coordinazione e dalla prevalente personalità: “rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se a non a carattere subordinato.

Sorge spontanea la domanda se sono soggetti al rito lavoro solamente gli agenti commerciali che agiscono in qualità di persone fisiche, oppure anche gli agenti che, seppure operino sotto forma di società di capitali, abbiano una struttura tale per cui di fatto prevale l’elemento personale della prestazione (ad es. società unipersonali). Secondo la più recente giurisprudenza della Cassazione, si ritengono essere soggetti al rito del lavoro, solamente gli agenti che agiscono come persone fisiche, escludendone tutte le ipotesi di agente costituito in forma societaria, sia di persone che di capitali, regolare o irregolare (Cass. Civ. 2012 n. 2158).

Sulla base di quanto esposto, bisogna quindi ritenere che sono assoggettati alla disciplina di cui all’art. 2113 c.c., tutte le rinunce o transazioni intervenute da parte dell’agente, che agisce in qualità di persona fisica, che abbiano ad oggetto diritti derivanti da disposizioni inderogabili di legge.

Sotto tale disciplina, rientra il diritto dell’agente all’indennità di fine rapporto ex art. 1751 c.c., posto che l’inderogabilità di tale diritto è espressamente prevista nel testo stesso della norma (Cass. Civ. 2011 n. 578)

Quanto alle rinunce e transazioni attinenti al diritto dell’agente alle provvigioni, la Cassazione (Cass. Civ. 1998 n. 6) e la stessa giurisprudenza di merito (Tribunale di Trieste, 2 gennaio 2001), hanno avuto modo di affermare come non siano assoggettate al regime d’impugnazione di cui all’art. 2113 le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto la misura delle provvigioni spettanti all’agente, la cui determinazione è rimessa alla libera disponibilità delle parti. Importante rilevare che il Tribunale di Trieste, nella sentenza del 2001 qui sopra citata, ha anche ritenuto non essere soggette a tale regime, neppure la determinazione dell’ammontare dell’indennità di scioglimento del contratto e l’indennità suppletiva di clientela, limitando l’assoggettabilità solamente all'”an”.

Stante la delicatezza dell’argomento si consiglia pertanto di formalizzare eventuali rinunce o transazioni relative all’indennità di fine rapporto, nei termini previsti dall’art. 410 c.p.c., ossia dinanzi al giudice del lavoro, oppure, in via alternativa, alla direzione territoriale del lavoro.

 

 

 

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