La clausola di “minimi di fatturato” nel contratto di agenzia

Una tra le clausole maggiormente utilizzate e di grande diffusione nel contratto di agenzia è sicuramente quella dei “minimi di fatturato”. Con tale clausola le parti stabiliscono la soglia minima di fatturato annuo che l’agente deve apportare al preponente.

A tal proposito ci si chiede quale è la validità di tale clausola e quali siano le conseguenze nel caso in cui l’agente non riesca a raggiungere le soglie concordate.

In primo luogo, in via per così dire preliminare, secondo la giurisprudenza il fatturato concordato deve essere equo, ossia fissato dalle parti in relazione alle effettive possibilità di assorbimento del mercato; in secondo luogo, si rileva che una clausola che attribuisce al preponente la facoltà di modificare unilateralmente, nel corso del rapporto, i minimi di fatturato è di dubbia validità: in linea di principio, infatti, le parti non posso introdurre sempre e in maniera indistinta clausole contrattuali che conferiscono ad una parte la facoltà di modificare discrezionalmente il contratto, soprattutto se hanno ad oggetto elementi fondamentali del rapporto, quali, ad esempio, la zona, il pacchetto clienti dell’agente, le provvigioni, minimi contrattuali, etc..

Tale diritto potestativo conferito al preponente, in linea di massima soggiace, secondo un costante indirizzo giurisprudenziale, anch’esso ai principi generali del nostro ordinamento di correttezza e buona fede nello svolgimento del rapporto contrattuale, disciplinati appunto agli artt. 1175, 1375 c.c. e 1749 c.c. (cfr. Cass. n. 9924/09). In generale, nel contratto di agenzia, l’attribuzione al preponente del potere di modificare elementi essenziali del rapporto, deve “essere giustificato dalla necessità di meglio adeguare il rapporto alle esigenze delle parti, così come si sono modificate durante il corso del tempo” (cfr. Cass. 5467/2000) e non può tradursi in un sostanziale aggiramento delle obbligazioni contrattuali.

Tanto premesso, in linea di principio, la giurisprudenza ritiene che il mancato raggiungimento del minimo implica di fatto un inadempimento dell’agente. Il problema maggiore è comprendere se ciò costituisca un inadempimento di gravità tale da giustificare il recesso in tronco o la risoluzione per inadempimento da parte del preponente.

Nel caso in cui le parti non avessero previsto nulla in merito, sarà necessario valutare, caso per caso, la gravità di tale inadempimento e se questo possa configurare una recesso per giusta causa oppure la risoluzione del contratto.

a) Clausola risolutiva espressa

Qualora, contrariamente, le parti avessero espressamente previsto nel contratto che il mancato raggiungimento dei minimi comporti lo scioglimento immediato del rapporto e, pertanto, avessero previsto una clausola risolutiva espressa ex art. 1456 c.c., si deve ritenere che fino a quale hanno fa la giurisprudenza riteneva univocamente che:

quando […] le parti, nella loro autonomia e libertà negoziale, abbiano preventivamente valutato l’importanza di un determinato inadempimento, facendone discendere la risoluzione del contratto senza preavviso, il giudice non può compiere alcuna indagine sull’entità dell’inadempimento stesso rispetto all’interesse dell’altro contraente, ma deve unicamente accettare se esso sia imputabile al soggetto obbligato quanto meno a titolo di colpa, che peraltro si presume a norma dell’art. 1218 c.c.” (Cass. Civ. 1987, n. 7063).

Tale indirizzo giurisprudenziale è stato radicalmente cambiato da un nuovo orientamento della Corte (Cass. Civ. 2011 n. 10934), con il quale, seppure ha ancora riconosciuto la legittimità dell’inserimento all’interno del contratto di una clausola risolutiva espressa, ne ha di fatto svuotata il suo contenuto. La pronuncia, ha precisato che l’interruzione di un contratto di agenzia, in forza di una clausola risolutiva espressa, comporta la preliminare e necessaria verifica da parte del giudice dell’esistenza di un inadempimento. Il giudice, nello specifico, dovrà verificare se:

  • l’inadempimento è di gravità tale da escludere l’indennità di mancato preavviso ex art. 1750 c.c.;
  • l’inadempimento è di gravità tale da escludere il diritto dell’agente di percepire l‘indennità di fine rapporto ex art. 1751 c.c.

Quanto al primo aspetto, la Corte, ha ritenuto che è necessario che venga rilevato se l’inadempimento sia stato di portata tale da giustificare una giusta causa di recesso, da consentire di escludere il diritto all’indennità di mancato preavviso. Nell’analizzare tale punto, i giudici hanno richiamato l’orientamento consolidato della giurisprudenza, che consente l’applicazione analogia dell’art. 2119 c.c., anche al contratto di agenzia.

Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, ossia l’indennità di fine rapporto, la valutazione di gravità dell’inadempimento dovrà essere effettuata su un differente parametro, ossia quello previsto espressamente dall’art. 1751 c.c., ossia se vi sia stato un inadempimento che per la sua gravità “non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto.” Posto che l’art. 1751 c.c. prevede espressamente che tutte le disposizioni in esso contenute sono inderogabili a svantaggio dell’agente, la possibilità di escludere il diritto dell’agente all’indennità di fine rapporto, dovrà essere subordinata all’esistenza di un inadempimento di gravità tale, appunto da non consentire la prosecuzione del rapporto (cfr. sul punto Tribunale di Modena 10 giugno 2011).

b) Recesso in tronco

Nel caso in cui le parti avessero determinato come conseguenza del mancato raggiungimento dei minimi, il recesso in tronco, (attraverso l’applicazione analogica dell’art. 2119 c.c.), l’efficacia di tale clausola non è così immediata. La libertà delle parti di stabilire mediante accordo individuale, quali circostanze siano da qualificare come giusta causa di recesso in tronco, appare assai più limitata, non potendo la libertà delle parti di fatto essere assoluta. Il giudice, in tali casi, dovrà accertare se il mancato raggiungimento del budget sia una “causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto”. (Cass. Civ. 14.2.2011 n. 3595)

RIASSUMENDO

  • una clausola che attribuisce al preponente di modificare unilateralmente, nel corso del rapporto, i minimi di fatturato, sarà di dubbia validità
  • la giurisprudenza ritiene che il mancato raggiungimento del minimo implica di fatto un inadempimento dell’agente. Il problema è comprendere se esso possa giustificare il recesso in tronco o la risoluzione per inadempimento da parte del preponente
  • nel caso in cui le parti non avessero previsto nulla in merito, sarà necessario valutare, caso per caso, se sussista una giusta causa di risoluzione e/o di recesso anticipato
  • qualora le parti avessero previsto una clausola risolutiva espressa o previsto il recesso in tronco,  il giudice dovrà verificare se l’inadempimento possa effettivamente fare venire meno il diritto dell’agente all’indennità sostitutiva del preavviso e  all’indennità di fine rapporto

 

 

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Il film può rivelare, come in uno specchio, la percezione sociale diffusa del diritto, il modo nel quale il diritto è “sentito”, vissuto o addirittura subito dalla collettività.
Prof.ssa Elisabetta Pederzini